Intervento critico per "polacracking", 12 aprile 2008

L'opera fotografica di Andrea Troian è assimilabile al concetto di "metafotografia", inteso come superamento del mezzo meccanico e del suo prodotto, al fine del raggiungimento di nuove possibilità comunicative in senso concettuale e "metafisico", di superamento della realtà.
Fin dagli esordi, a metà Ottocento, la fotografia continua a dimostrarsi uno strumento sovversivo: dapprincipio innovazione tecnica osteggiante il primato di riproducibilità del reale tenuto fino a quel momento dalla pittura, la quale comincerà di conseguenza a indagare il campo dell'astrazione; oggi come trasformazione del referente fisico stesso attraverso l'elettronica e il digitale che aprono nuove vie di interpretazione della realtà.
Per quanto concerne l'opera in oggetto possiamo dire che l'immagine cessa di essere "indice", rappresentazione pura e semplice di un dato reale, per diventare "icona", ovvero opera d'arte, elaborazione di un'idea preesistente o successiva allo scatto.
Ciò comporta che il rappresentato, in questo caso luoghi noti della città di Padova, smette di essere soggetto per divenire oggetto di manipolazione fisico-chimica e veicolo di una comunicazione nuova.
La fotografia di Andrea Troian è analogica, artigianale in senso stretto e strettamente personale, privilegia l'aspetto creativo e in primo luogo manuale, l'attenzione per il dettaglio, la paziente ed accurata attesa dell'effetto desiderato.
Fotografia come "metalinguaggio", che supera se stesso, estensione dei sensi e della sensibilità, modo altro per trasmettere sensazioni e stati d'animo, in maniera forse più efficace, sicuramente più spettacolare della parola.
"Polacracking" è volontà di rottura, esplosione, e insieme omaggio ad uno strumento plasmabile e versatile qual è la pellicola Polaroid sul finire della sua storia, medium che l'autore sapientemente lavora nella maniera più diretta e fisica possibile, come un artista con i suoi colori: l'insieme di negativo, carta e chimici che la compongono è smembrato e riassemblato in un processo lavorativo che prevede una grande esperienza di azione-reazione e tempo di realizzazione.
Precedenti riconosciuti dall'artista sono: in pittura le raffinatezze stilistico-razionalistiche di Mirò e Kandinskji, in fotografia il lavoro di Maurizio Galimberti e Paolo Gioli: il primo un fotografo-artista, il secondo un artista-fotografo: l'uno attento al particolare, nell'accostamento di istantanee in "mosaici", l'altro trasferendo la pellicola con l'immagine su supporti di natura diversa quali tela, seta, legno o carta da disegno, anche con l'aggiunta di colori.
Qui invece non ci sono aggiunte sostanziali, la differenza fondamentale sta nel fatto che lo stesso materiale fotografico è trattato come materiale artistico, con l'uso di semplici reagenti che generano trasformazioni sulle sostanze costituenti.
Per quanto riguarda invece il contenuto concettuale del lavoro, il rimando al reale è solo il primo livello di lettura in un percorso che trae spunto da un'indagine interiore, che ha come cardini le nozioni di realtà, Verità e Dubbio. Percorso di autoanalisi che da soggettiva vuol farsi oggettiva e il cui fulcro è costituito dalla fede cristiana o Verità, intimamente sentita come possibilità di riscatto, attraverso l'illuminazione interiore, dal Dubbio, ossia dal male e dall'errore, da cui a volte ci lasciamo travolgere come dai castelli di sabbia dei nostri falsi miti.

Maria Palladino